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Galateo (60)

Giovanni Della Casa

Bur
Copertina di: Galateo (60)

Prefazione di Michele Mari

Si può raggiungere la bellezza di una scultura greca sedendo semplicemente a tavola? O conversando del più e del meno con una persona incontrata per caso? Le pagine di monsignor Giovanni Della Casa sono qui, dopo cinquecento anni, a dimostrarci che è possibile. Che la grazia e la proporzione non sono solo nei corpi e nella natura, ma in ogni piega dell’agire umano.
Mai ribellarsi alle consuetudini, quali che siano. Parlare con garbo e vestirsi a modo, senza dare nell’occhio. Non usare parole volgari e poco decorose. E soprattutto non essere verbosi e pomposi, ma neppure vacui e silenziosi. Non pretendere la ragione, neppure quando si ha ragione. Perché non esistono né il giusto né l’ingiusto: esiste solo quello che si accorda con la convenienza.
Sembra di essere di fronte a una sinistra, prodigiosa anticipazione della società contemporanea. Forse per questo la notorietà di un libriccino del 1558 è arrivata fino a noi con la forza straordinaria del luogo comune.
Ma Michele Mari ci spinge a diffidare proprio dei luoghi comuni che si sono depositati sul Galateo: “Testo perfido, testo suasivamente ipocrita, ambiguo fino all’ossimoro, il celebre trattatello denuncia la vacuità e la falsità delle cerimonie, ma le raccomanda perché così va il mondo; ammira la virtù, ma le antepone la più redditizia piacevolezza”.
Sono le contraddizioni di un testo che solo un equivoco ha fatto passare per un’opera normativa, per un manuale di “etichetta”, e che invece è attraversato da tutte le tensioni, le idiosincrasie e l’umoralità di un animo ricchissimo e raffinato come quello di Della Casa. L’animo di un uomo che ha saputo mescolare la sua vasta cultura e la sua lunga esperienza del mondo nella forma semplice del sereno buon senso.
Il risultato è sorprendente e piacevole, spesso allegro e ironico, lontano da ogni pedanteria e ridondanza.

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