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Arte della prudenza (60) (L’)

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Copertina di: Arte della prudenza (60) (L’)

Prefazione di Sergio Romano.

Un prontuario di disciplina sociale, un galateo per amministrare con intelligenza la propria reputazione, un manuale per sopravvivere alla tirannia del sovrano e all’ignoranza dei propri simili.
In pieno Seicento, mentre l’Europa è insanguinata da impetuose passioni civili e religiose, un gesuita spagnolo scrive questo piccolo trattato di ineguagliata finezza intellettuale. Lo scopo è esplicito fin dalla prima pagina: “Si richiedon più cose oggi per un solo savio di quante ne occorressero anticamente per sette; e ci vuole più abilità per trattare con un solo uomo in questi nostri tempi, che non per aver a che fare con un popolo intero in passato”.
Sergio Romano, che sembra calarsi volentieri nei panni dell’interlocutore immaginario del gesuita, tratteggia la sfuggente natura della prudenza: “Gracián non si spinge sino a suggerire l’inganno, ma elogia l’artificio, vale a dire la capacità di stupire e spiazzare l’avversario mutando più volte lo stile della conversazione o addirittura usando il candore come la più raffinata delle astuzie”.
L’autore consiglia infatti di “mantenere in dubbio gli altri intorno alle proprie qualità”, di “avvezzarsi al cattivo carattere della gente con cui s’ha a che fare”, ma anche di “concedersi qualche veniale debolezza”, perché una sventatezza è talvolta la migliore prova di avere buone doti.
Letto dai regnanti dell’epoca, amato dagli uomini di potere di ogni tempo, questo trattato ispira e consiglia oggi molti manager d’oltreoceano.